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di Giuliano Di Caro, Giornalista e Videomaker

Da Magoodhoo a Expo, Ritorno alle Maldive

Quando cinque anni fa venni a sapere del centro di ricerca che l’Università Bicocca di Milano stava costruendo alle Maldive, fiutai l’occasione per un bel reportage dall’altra parte del mondo.

Dieci mesi di opera di convincimento con la redazione di D La Repubblica – con cui ho avuto il piacere di collaborare per molti anni – quattro aerei e un numero imprecisato di barche dopo, un idrovolante partito da Male, capitale delle Maldive, lasciò me e il mio caro amico e compagno di parecchie avventure Andrea Frazzetta su una piccola piattaforma galleggiante sperduta nell’Oceano Indiano.

L’idrovolante ripartì e io e Andrea ci guardammo, tra il meravigliato e lo sbigottito. Eravamo soli. Attorno a noi, soltanto il mare, azzurro e sconfinato, i nostri bagagli sparsi alla rinfusa sul legno galleggiante e in tasca due iPhone che non prendevano.

Ci trovavamo da qualche parte nell’Atollo di Faafu, nel sud del Paese. Il villaggio di Magoodhoo, dove la Bicocca aveva costruito il Marhe Center, non doveva essere molto lontano da quella piattaforma spersa nell’Oceano. Ci togliemmo le magliette, il caldo era quasi insopportabile. Vita di Pi sarebbe uscito nei cinema soltanto anni dopo. Ma quando ripenso a quell’attesa, alcune scene di quel film si affacciano alla mia mente, mescolandosi con quella sorta di elettrizzante vertigine orizzontale che provai su quella piattaforma incastonata nell’oceano indiano.

Mi trovai a fantasticare su quanto tempo avremmo potuto resistere al sole, se mai si fossero dimenticati dell’arrivo del giornalista e del fotografo che per i dieci giorni successivi avrebbero alloggiato nel centro di ricerca, intervistato e fotografato dottorandi e studenti del master in biologia marina, locali e scienziati, raccontando la quotidianità di un centro ad alta tecnologia apparso, come un disco volante, nel cuore di un pacifico villaggio di pescatori di 806 abitanti.

In realtà passarono pochi minuti, dieci o forse quindici, tra la partenza dell’idrovolante e l’avvistamento, all’orizzonte, di una imbarcazione diretta verso di noi. Fu così, su quella salvifica barchetta, che incontrammo per la prima volta Paolo Galli, docente della Bicocca e Direttore del Marhe Center. Nei giorni successivi, sarebbe diventato “il producer”: con entusiasmo ci mostrò il centro, i laboratori, il diving center. Organizzò le interviste coi suoi ragazzi – una trentina di studenti del master – e con gli abitanti di Magoodhoo, i trasferimenti in altri atolli e resort. Insieme visitammo i nuovi quartieri residenziali in costruzione vicino alla capitale. Con Paolo e i giovani ricercatori Davide Seveso e Simone Montano stringemmo una bella amicizia.

Nel tempo libero, attendevamo spasmodicamente l’arrivo della Coca Cola nell’unico negozietto dell’isola, ci tuffavamo dal pontile insieme ai ragazzini del posto, chiacchieravamo coi ragazzi del master sotto le palme, inquietati dalla occasionale caduta delle noci di cocco, che si schiantavano a terra come meteoriti attorno a noi. Non potemmo ovviamente sottrarci alla classica partita di calcio italiani contro locali, nel campetto sulla spiaggia davanti all’ingresso del Marhe Center. Perdemmo 9 a 7, ma con onore considerando la fatica immane di giocare a calcio sulla sabbia. I maldiviani, forti del fattore campo, ci rimontarono alla distanza.

foto copertina maldive 2012

Rientrati in Italia, e con la soddisfazione di tutti, uscì il servizio: otto pagine di apertura di attualità. “Quando succederà più un lavoro del genere?” pensai col sorriso sfogliando le pagine, terribilmente soddisfatto di quell’esperienza e vagamente malinconico.

Poi arrivò l’Expo. E quattro anni dopo, rieccoci a Magoodhoo, al Marhe Center, al campetto sulla spiaggia, al pontile, alle camminate sotto le palme.

Il gruppo è ora raddoppiato: insieme a me e Andrea, due bravissimi videomaker che alle Maldive in passato avevano realizzato un documentario, Giulio Pedretti e Roberto Carini.

Stavolta il nostro compito è più ambizioso di un singolo servizio. La “Compagnia dell’Atollo” (nomignolo spontaneo e ricorrente nelle foto e video postati durante il lavoro sul campo) ha infatti realizzato video, foto e testi destinati al Padiglione delle Maldive a Expo 2015 – gestito dall’Università Bicocca su richiesta del governo maldiviano – e al sito collegato al Padiglione.

Un lavoro per molti versi etnografico, certamente unico nella mia vita professionale, giocato sul racconto delle Maldive attraverso sei parole chiave e realizzato in lungo e in largo per il Paese.

Il risultato lo potete vedere visitando il Padiglione Maldive a Expo. Oppure sul sito del progetto, scandito per temi: la Terra e il Mare, il cibo della Tradizione e quello della Modernità, la Scuola e la Ricerca.

Stavolta sono tornato a casa con un’enorme mappa verticale delle Maldive. Da mesi vorrei incorniciarla e appenderla, a testimonianza di un rapporto speciale con una terra meravigliosa e lontana, che ho avuto l’onore di raccontare per due volte in meno di cinque anni.

Eppure ho l’impressione che incorniciarla abbia un che di definitivo, di irrevocabile. Così continuo a tenerla in un angolo della libreria, provvisoria, futuribile. Dopotutto, quando mi ricapiterà più di trovarmi sotto le palme, a 40 gradi all’ombra, a riprendere le donne di un villaggio che – come vuole la tradizione locale – cucinano per l’intero villaggio in enormi pentoloni, celebrando tutti insieme la nascita di un neonato?

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